Lassù tra i segni che il tempo sembra aver disegnato per noi, a cavallo della linea che segna il nostro limite, la presenza di alcuni segni creati dall’uomo ci possono gratificare, rassicurare, inorgoglire. Talvolta minimi, minimali, ma di grande significato e forza, questi segni testimoniano il passaggio di chi, incantato e rispettoso della natura, vuole lasciare una piccola traccia appropriata e densa di significati dell’intelligenza, della capacità e della volontà di cogliere le emozioni che paesaggi pressoché incontaminati generano in noi. È il caso del belvedere sul ghiacciaio dello Stubai, quasi una mano protesa verso un panorama imponente.

In altre situazioni è un ponte, una lunga linea, quasi una corda che unisce con un tratto leggero ma deciso due versanti opposti e che segna un percorso aereo quasi immateriale, una suggestiva strada fra le nuvole per chi va in montagna.

I segni naturali della montagna hanno una tale forza che, trasportati a valle e riprodotti, risultano immediatamente evocativi di paesaggi ed atmosfere d’alta quota, come accade per il “crepaccio” che rivela il Messner Mountain Museum costruito di fronte al più importante ghiacciaio dell’Alto Adige.

Un ultimo segno, questa volta in una piana ai piedi delle montagne: la ricostruzione di una cappella votiva ricorda una storia di esondazioni e testimonia il timore, la perseveranza e la resistenza di chi, prima di noi, ha vissuto e costruito la storia di luoghi dai fragili equilibri, con lo sguardo rivolto alle montagne ed ai loro torrenti.

arch. Roberto Rosset

 

 

 

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